05/05/2021 TRIESTE – STREHLER, IL GENIO CHE AMAVA TRIESTE DA LONTANO || Il Comune sta preparando una serie di appuntamenti estivi per celebrare i cent’anni dalla nascita di Giorgio Strehler, che culmineranno il 14 agosto, data di nascita del regista, e che coinvolgeranno, fra i molti, anche il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia.
Intanto, è uscito un libro, “Il ragazzo di Trieste”, scritto da Cristina Battocletti, che già per La Nave di Teseo indagò su Bobi Bazlen, dedicato a colui che, assieme a Luchino Visconti, di fatto creò la figura del regista nel nostro paese.
Il volume è precisissimo nel raccontare la parabola artistica di Strehler: la nascita del Piccolo Teatro in una Milano che bramava di uscire dalla guerra e guidare la rinascita anche culturale del paese; i successi travolgenti delle messe in scene strehleriane che hanno dimostrato come fosse, e sia, possibile rimettere in scena i classici (Goldoni, Shakespere, Cecov), attraverso nuovi allestimenti, fermo restando il rispetto per i significati originali ed originari dei testi; ma anche la caduta dettata sostanzialmente dalla politica in un paese che non perdona il successo e non riesce ad essere riconoscente.
C’è, anche, spazio per l’uomo: i suoi amori, improvvisi e duraturi, e le sue debolezze (e qui il libro si fa reticente: la dipendenza dalla cocaina è accennata con velocità eccessiva).
E il rapporto con Trieste? Strehler si trasferì a Milano quando aveva sette anni, quindi non fece in tempo a tessere reti di amicizie solide. Anche se, è noto, durante le prove non disdegnava l’uso del dialetto triestino e si vuole che quel gusto tutto particolare che Strehler ebbe, sempre, per la luce, gli derivasse proprio dai colori della città, che egli riusciva a rendere anche attraverso mezzi artigianali, se non semplici intuizioni.
Il libro però tace su una relazione decisamente più complessa, cui forse non furono estranee le radici del regista (slovene e dalmate) e che Roberto Canziani ebbe a definire “sindrome di Strehler” e che lo stesso Strehler così riassumeva: “Co’ te son via, te vol sempre tornar. Ma co’ te son qua, no te vedi l’ora de scampar via”. (Servizio di Umberto Bosazzi)


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